Per uno scrittore, un cineasta o un musicista che incontra la popolarità con la sua opera prima, la stesura del secondo libro, del secondo film o del disco successivo è la prova più dura. Il famoso “blocco”, la sindrome della pagina bianca per intenderci, è l’ostacolo più grosso da aggirare.

La paura che rasenta il terrore di non essere all’altezza del successo ottenuto si traduce nella consapevolezza dell’enorme responsabilità di cui l’artista si è caricato, ma non si tratta di un fardello che gli è stato consegnato bensì un peso autoinflittosi, oserei dire paradossalmente una punizione, un castigo volontario. Su questo si potrebbe discutere all’infinito ma non è questo il mio scopo.

Ho usato questa immagine per rimarcare che quando si crea qualcosa che riscontra un successo straordinario e al di sopra delle più rosee aspettative, ripeterla non è affatto semplice. Mi spiego. L’entusiasmo e la risonanza che Facies Passionis 2018 ha suscitato ed ottenuto non facilita il compito nel ripetere l’evento a distanza di un anno, anzi, ne accresce le difficoltà per la “semplice ragione” che la responsabilità è maggiore, per la “semplice ragione” che le aspettative sono di gran lunga maggiori e per la “semplice ragione” che siamo fatti così.

Per onestà intellettuale e correttezza devo dire che dopo l’esposizione dello scorso anno, numerose sono state le “proposte” da parte dei molteplici sodalizi di offrire i loro simulacri affinché fossero “scelti” per l’esposizione di quest’anno: belli, meravigliosi, sfarzosi ma anche meno ricchi tuttavia preziosissimi per le confraternite che li costudiscono con amore e attaccamento. Ma questa è un’altra storia.

Gli spazi a disposizione e le limitazioni che certi eventi artistico-culturali e religiosi dispongono, obbligano l’organizzazione a dover necessariamente selezionare le opere seguendo logiche variegate che vanno dal percorso espositivo all’interesse storico, artistico, geografico e si esauriscono nel gusto strettamente personale che non può non condizionarne la scelta. L’esigenza crescente era tuttavia un’altra. Essa oltrepassava il gusto estetico, il valore artistico e il prestigio dei “simboli” da esporre, si trattava e si tratta di conferire all’evento, cioè all’esposizione testimonianza viva della pietà popolare attraverso le immagini sacre, un contorno, una cornice di spessore la cui dimensione inglobasse la mostra stessa fino a farla diventare corona di se stessa.

Una serie dunque di attività ed eventi collaterali connessi ed interconnessi tra loro in un unico prezioso ed armonioso gioco di rimandi.

Il convegno “Le confraternite e le nuove sfide: fede, arte, diritto e terzo settore” è la prima risposta all’esigenza cui facevo prima riferimento: il tentativo di dare precisione a quell’ancora imperfetto cerchio che ingloba ed articola l’idea portante e matrice dell’iniziativa.

Quale meravigliosa e nuova prospettiva ci offre la conoscenza dell’universo confraternale? Quale spettacolare angolazione ci propone l’approfondimento sulla tutela e la valorizzazione del patrimonio artistico e storico dei nostri sodalizi? Cristo sotto il peso della croce resterà sempre una delle tante “Cadute”, le Vergini Addolorate resteranno sempre le “Madri Dolorose”, i Crocifissi dei “Crocifissi” che ci commuoveranno e cattureranno il nostro cuore, ma quegl’occhi, quell’espressioni, quei gesti impressi dai Maestri scultori si arricchiranno del sapere e di conseguenza di conoscenza.

Se si parla di conoscenza dei riti e delle tradizioni tarantine e di quanto amore ed attaccamento si possa dedicare ad esse, il mio pensiero ed il ricordo va al mio fraterno amico Nicola De Cuio.

Nicola era un uomo che ha dedicato quasi completamente la sua vita alle tradizioni popolari tarantine, in particolar modo a quelle della Settimana Santa, riprendendo e fotografando i riti, conservando e catalogando testimonianze, collezionando gelosamente oggetti d’arte sacra trasformando la sua casa in un vero e proprio museo della pietà popolare e delle tradizioni più genuine.

Il grande pregio di Nicola non era solo quello di essere un eccellente fotografo ed un ottimo videoamatore bensì quello di avere un gusto estetico, pari al suo temperamento, che gli consentiva di cogliere attraverso le immagini attimi di straordinaria cifra artistica che si armonizzava con il sentimento ed il messaggio spirituale che essi trasmettevano.

Le sue opere, a volte d’arte, sublimavano la bellezza dei soggetti impressionati restituendo magicamente a chi le ammirava, la stessa, se non maggiore, emozione dell’istante in cui venivano catturate.

La sua profonda cultura storico-tradizionale e la piena conoscenza delle tradizioni erano frutto di un bagaglio culturale acquisito con lo studio e maturato fin dalla sua prima infanzia durante la quale in silenzio e di nascosto, così mi raccontava, ascoltava i racconti dell’adorata madre e dell’amato padre, imprimendo nella sua memoria e custodendo nel suo cuore gli aneddoti e gli episodi più reconditi di una “vita” oramai dimenticata e perduta.

Forse proprio questa formazione, questo forziere stracolmo di preziosi ricordi erano il valore aggiunto che l’amico Nicola possedeva e che riusciva a trasmettere con i suoi seducenti racconti.

Alla sua memoria ho voluto fortemente dedicare uno spazio in questo programma di attività affinché chi non ha avuto la fortuna ed il piacere di conoscerlo possa apprezzarne il talento.

Era il minimo che la Confraternita del Carmine, i confratelli tutti e la Città di Taranto potessero fare per lui.

Il mio più sincero e commosso ringraziamento va innanzitutto alle confraternite e associazioni che hanno offerto i loro Simulacri e che di fatto hanno permesso l’allestimento dell’esposizione ed a tutte le persone, consorelle, confratelli, amici e collaboratori che hanno dedicato tempo ed energie nonché tutte le risorse fisiche ed intellettuali possibili all’organizzazione di Facies Passionis, ma soprattutto per l’amore e l’attaccamento dimostrato ed il grande senso di responsabilità e tenacia testimoniati dal lavoro instancabile elargito senza riserve.

Un grazie che mi sgorga spontaneo dal cuore ed al tempo stesso lo riempie di soddisfazione ed approvazione.

Donne e uomini che spesso operano in silenzio e con abnegazione, fiduciosi e convinti che ciò che fanno è giusto.

Tutte queste persone sono accomunate dallo stesso sentimento: l’amore. Quell’amore che si declina con la fede, l’amore verso Dio, con l’arte, l’amore per il bello, con la cultura, l’amore per la conoscenza.

La più straordinaria virtù che però essi possiedono è l’umiltà. L’umiltà di interpretare questo amore e di elevarlo attraverso la condivisione.

Io credo che riconoscere la bellezza non è poi così facile e non intendo dire che non è facile possedere la capacità di dire se una cosa è bella o brutta, mi riferisco al talento, al dono di sostenere che solo riconoscendo la bellezza degli altri e negli altri si scopre la bellezza che c’è in noi e delle cose che ci appartengono e Dio solo sa quanti stolti si aggirano come “anime bendate” intorno alla bellezza senza saperla riconoscere, incapaci per ignoranza e presunzione di liberarsi di quelle bende e godere del bello che li circonda. Troppi.

Le testimonianze di pietà popolare ossia i simboli sacri, i Simulacri e le Statue che vengono portate in processione per le vie delle città sono impregnate di bellezza, nel senso più pieno della parola, ma se non condividiamo questa bellezza, se costoro (le anime bendate) continuano a considerarle come strumenti, reggerle sulle loro spalle e “forse” venerarle solo per appagare un insano desiderio di rivincita, di riscatto e di visibilità, non riusciranno mai a scoprirne la vera reale bellezza e la cecità che li contraddistingue non farà altro che affossarli ed annegarli nella loro stessa meschinità ed ignoranza arrecando un danno irreparabile ed imperdonabile alle tradizioni poiché è proprio l’ignoranza che uccide la tradizione stessa.

Conoscere, condividere e crescere: queste sono dunque le tappe d’obbligo, le tappe indispensabili di un percorso necessario e doveroso che porta al comune traguardo che ci dovremmo prefissare. Percorso che dovremmo intraprendere con intelligenza e sensibilità, con delicatezza e fermezza con amore e gioia.

Un percorso nutriente dell’anima e della fede che dovrebbe congiungerci e non separarci. Non essere servi di una ritualità ma al suo servizio.
Testimoni e non giudici.

Affermare la fede con dignità e con orgoglio, sprezzanti dei denigratori e di coloro che a tutti i costi scavano per trovare una pietruzza nera in una spiaggia di diamanti.

Un bell’inizio vero?”

Comm. Antonello Papalia

Priore dell’Arciconfraternita Maria SS del Carmine di Taranto